ll ritorno al legno dello zio Guido
- Donatella Bizzotto
- 8 ore fa
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.Tutto è iniziato con una foto apparsa sullo schermo, postata da Marcello, che oggi ha superato i novant’anni. Era l’immagine di un mobile. Una scrivania fatto bene, solida, con quel carattere che solo le mani di un vero artigiano sanno dare.
Guardandola, ho sentito di nuovo l’odore secco delle essenze del legno, e sono tornata di colpo all’inizio degli anni ’60, nella bottega di mio prozio Guido, il padre di Marcello.

La bottega era in via Nazionale, tra quella del sarto-barbiere Nani Gobbato e la fontanella all’inizio di Viale della Rimembranza, dove ogni albero portava una targa di metallo per ricordare un caduto in guerra.
Per entrare si salivano due scalini di pietra e si attraversava una robusta porta a due ante che lo zio teneva spalancata non appena il tempo lo permetteva.
A destra dominava il bancone da lavoro: un colosso di legno, segnato da tagli, con le sue morse massicce. E poi le pinze, le pialle; le seghe appese ordinatamente alla parete; la segatura e trucioli biondi, riccioli perfetti che si arrotolavano su se stessi come nastri.
Mi piaceva stare lì.
Avrei voluto maneggiare la pialla proprio come faceva lui, sentendo quel sibilo armonioso del metallo che morde la tavola e la trasforma in seta.
Ma lo zio Guido vedeva che la pialla mi attirava e temeva che mi ferissi con quelle lame affilate come rasoi. Cercava di distrarmi ma credo che non vedesse l'ora che arrivasse zia Ida a prendermi per mano e portarmi via, mentre lui posava l'attrezzo di lato e tornava ai suoi incastri.
In quella bottega la vita e la fine convivevano con naturalezza. A sinistra, tra assi di legno e sedie per i clienti, c’erano le bare. Erano poche, di misure e legni diversi. Lo zio costruiva di tutto: porte, mobili, certo anche culle; e quell’ultimo giaciglio.
Poi, il tempo fa il suo giro.
Mi ritrovo nella nuova casa di zio Guido e di zia Ida di via Garibaldi, dove una volta c’era il primo cinema Prealpi. In cucina, mia nonna Regina tiene compagnia a zia Ida per consolarla. C'è anche zia Cecilia. Sono sorelle.
Io, invece, sono sola con lo zio. Mi sembra impossibile che non apra gli occhi; ha un'espressione così serena che sembra soltanto addormentato. Lo chiamo sottovoce, lo tocco. Lui non mi risponde. Vedo che non ha le scarpe e gli faccio il solletico sotto i piedi. Niente. Gli afferro un alluce, ma lo sento rigido come il legno che ha fatto rivivere tante volte.
In quel momento, con la fantasia e l'innocenza dei miei pochi anni, penso che gli sia capitato qualcosa di simile a Pinocchio, ma all'inverso. Immagino che lo zio, dopo una vita passata a ridare nuova forma agli alberi di rovere, di pino, di noce, sia tornato a essere lui stesso di legno, ricongiungendosi alla materia che ha amato e lavorato.
Lo chiamo forte, perché sono convinta che così lui mi sentirà. Invece, a rispondere, sono mia nonna e le sue sorelle che accorrono dalla cucina.
Oggi, guardando la foto di quel mobile su Facebook, capisco che lo zio Guido non ha mai smesso di rispondere: lo fa ancora attraverso la fibra di quel legno che, sotto il suo tocco, è diventato immortale.




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