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Passaggi

  • Immagine del redattore: Donatella Bizzotto
    Donatella Bizzotto
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 9 ore fa

Ma quella notte imparai una cosa che i libri di medicina non insegnano: che il vuoto più assoluto è, a volte, la stanza più affollata che ci capiterà mai di abitare. 


Avevo diciotto anni e con la divisa da allieva infermiera del secondo anno mi sentivo protetta. Quel camice mi aiutava a cambiare in meglio tutti i paradigmi della vita che avevo avuto fino ad allora come adolescente; era un guscio che mi permetteva di affrontare domande altissime, spesso senza risposta, o con risposte che trovavo solo parzialmente durante le lezioni di Morale. Quella divisa mi aiutava a risolvere i dubbi e le paure con la praticità del gesto e della cura.


Era il 1974. Quella notte il corridoio dell'ospedale  sembrava infinito, ma il vero confine tra il noto e l'ignoto lo varcai sulla soglia dell'obitorio. Ero con la mia collega Lucia di un paio d'anni più grande e quella giovane donna distesa sulla barella, che la vita aveva abbandonato troppo presto. Il custode non c'era, forse era andato a prendere un caffè. Per non far stare sola Lucia che era al primo anno, la mandai a cercarlo in portineria centrale perché non vedevo telefoni.​ Rimasta sola, mi posizionai con la schiena contro un angolo  sporgente dell'ambiente per una visuale panoramica più estesa, la barella accostata al fianco.

Ero in apnea.



In quell'istante, il concetto di "luogo vuoto" svanì. Non c’era nessuno, eppure la stanza era satura. Le pareti non erano fatte di cemento, ma di attesa, di qualcosa in sospeso. Le celle frigorifere custodivano silenzi che mi pareva di sentire urlare nelle orecchie. Ogni mio senso era teso come una corda di violino: il battito del mio cuore non era più un ritmo interno, ma un colpo di martello che rimbombava nel vuoto, quasi a voler denunciare la mia presenza a chi non poteva più sentire.


.​Ero terrorizzata. Avevo la certezza fisica che da un momento all'altro un'ombra si sarebbe fatta carne, che una mano gelida si sarebbe posata sulla mia spalla per chiedermi conto della mia giovinezza o per reclamare compagnia.


Eppure, nonostante il desiderio di scappare, restavo lì. Era un mix strano di dovere e pietà: non potevo lasciare quella donna da sola, non potevo mancare di rispetto a quel corpo che era stato vita fino a poco prima.​


Poi, il rumore. Prima un fruscio di lenzuola seguito da un movimento secco, sordo. Il braccio della salma scivolò di lato, cadendo fuori dalla barella, toccandomi il fianco e scendendo lungo la gamba. In quel silenzio assoluto, quel gesto involontario fu come un’esplosione. Il sangue mi si gelò nelle vene; in quel momento la logica dei riflessi post mortem non esisteva, c’era solo il terrore puro di un contatto con l'altrove.


​Quando finalmente i passi del custode e della mia collega spezzarono l'incantesimo, il mondo tornò normale. Ce ne andammo in fretta, senza parlare, con il fiato corto e la convinzione che quella mezz'ora fosse durata un secolo e che fosse stata la più brutta della nostra vita.


Ma quella notte imparai una cosa che i libri di medicina non insegnano: che il vuoto più assoluto è, a volte, la stanza più affollata che ci capiterà mai di abitare. 


Qualche anno dopo completai i miei studi diventando ostetrica (allora bisognava prima fare il corso di infermiera, poi quello universitario di ostetricia). Con questa nuova professione delle vite nascenti incontrai ancora la morte in tutte le fasi dell'esistenza umana: dalle prime cellule in avanti, ciascuna con i suoi significati. Mi confrontai con la perdita in ogni sua forma, comprese le donne di ogni età colpite da patologie ginecologiche.




Ma il senso di quella prima notte di paura doveva ancora trasformarsi del tutto.



Molti anni dopo morì un medico del mio reparto. Ero di turno quando lo seppi, e di lì a qualche ora avrebbero chiuso la sua bara. Scrissi in un biglietto alcuni pensieri rivolti a lui e a sua moglie e chiesi che mi sostituissero in sala parto, dove avevo appena aiutato una donna a far nascere il suo bambino.


Nell'obitorio, chiuso in quel momento ai visitatori, non c'era nessuno di vivo, ma solo alcune salme pronte per fare l'ultimo viaggio verso la sepoltura. Mi soffermai un momento comparando le sensazioni di quel giorno a quelle di quella famosa notte di 40 prima:- l'aria era satura di quiete.- percepivo la pace raggiunta dopo le varie vite.- non c'era inquietudine, dolore, tristezza o affanni.


Misi il biglietto nella tasca della giacca del medico e me ne andai, in pace, verso le nuove vite che aspettavano di nascere.




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